Riporto di seguito il contenuto di un’intervista che ho rilasciato a Sardinia Post, a margine di una lezione pubblica che ho tenuto a Cagliari nell’ambito del ciclo di incontri su geopolitica e relazioni internazionali organizzato dalle Acli della Sardegna (ringrazio Filippo Petrucci per l’invito). L’intervista è anche disponibile qui: https://www.sardiniapost.it/ambiente/sardegna-e-la-risorsa-che-non-vediamo-il-geografo-filippo-menga-abbiamo-perso-consapevolezza-dellacqua/.
Sardegna e la risorsa che non vediamo. Il geografo Filippo Menga: “Abbiamo perso consapevolezza dell’acqua”
Intervista al docente esperto in geopolitica dell’acqua tra scelte politiche poco coraggiose e responsabilità non ancora condivise.
di Francesca Mulas
“In Italia e in Sardegna viviamo un grande privilegio: abbiamo acqua di ottima qualità sempre disponibile. Eppure la narrazione è sempre la stessa: la crisi idrica, le responsabilità dei singoli negli sprechi, i comportamenti sbagliati. È ora di ribaltare questa visione”. Filippo Menga, cagliaritano, professore di geografia all’Università di Bergamo, è considerato tra i massimi esperti a livello globale di politiche dell’acqua. Lo abbiamo raggiunto dopo la lezione pubblica che ha tenuto giovedì a Cagliari, nella chiesa di San Giuseppe, nell’ambito del ciclo di incontri su geopolitica e relazioni internazionali organizzato dalle Acli della Sardegna.
Un tema importante e prezioso, quello dell’acqua, al pari di carburanti, gas, energie rinnovabili al centro di un dibattito globale che riguarda presente e futuro dei nostri Paesi. Eppure se ne parla troppo poco, se non in termini di crisi. “L’acqua è centrale in ogni processo produttivo – conferma Menga – talmente centrale da risultare invisibile: diamo per scontata, noi che viviamo nella metà privilegiata del pianeta, la disponibilità continua e la sua ottima qualità. Ma viviamo un enorme paradosso: l’Italia (e la Sardegna è in linea con i dati nazionali) èil secondo paese al mondo per consumo di acqua in bottiglia, prima di noi c’è solo il Messico. Tanti di noi si sentono responsabili individualmente degli sprechi, eppure la responsabilità è collettiva e in buona parte politica. Abbiamo perso consapevolezza dell’acqua, pensiamo che chiudere il rubinetto mentre facciamo la doccia o ci laviamo i denti faccia la differenza, ma a livello globale gli sprechi sono ben prima degli impianti domestici”.
Un esempio? “L’agricoltura: in Sardegna due terzi della disponibilità viene usata nei campi, e non sempre in modo responsabile. In generale, poi, nel Paese il country branding sta diventando sempre più importante delle risorse disponibili: prendiamo ad esempio il pomodoro pachino in Sicilia, la sua produzione ha consumi altissimi. Perché non torniamo a coltivazioni sostenibili anziché alimentare consumi di prodotti con un impatto così pesante?”
Non solo consumi: nell’Isola e nel Paese abbiamo un grande problema di reti colabrodo, sottolinea Menga: “A livello nazionale parliamo del 42 per cento di acqua persa, in Sardegna nel 2025 abbiamo raggiunto il 53,5 per cento. In altri paesi come la Germania e la Danimarca hanno messo in atto un sistema che limita tantissimo le perdite, con la sostituzione programmata delle condotte prima che si rompano: si interviene prima che si presenti il problema, mentre qui troppo spesso in emergenza”.
Un sistema complesso, quello dell’acqua, che però percepiamo solo, nel nostro quotidiano, per i consumi di casa, o al massimo per l’irrigazione di campi e giardini. Eppure ci sono consumi altissimi anche in altri settori. Come la tecnologia: “Parliamo di data center, infrastrutture che ospitano servizi, dati, apparecchiature, operatori: in Italia ce ne sono circa 200 che utilizzano grandi quantità d’acqua per il raffreddamento. Ho calcolato che nel complesso usano giornalmente l’acqua consumata da 6 milioni di persone: uno solo, in media, consuma quanto un Comune da 30 mila abitanti. Dobbiamo riflettere anche su questo quando immaginiamo la Sardegna come un grande hub digitale”.
Dagli studi di Filippo Menga, che al tema ha dedicato tantissimi articoli sulle principali riviste internazionali di geografia e studi sullo sviluppo e una recente monografia, “Sete”, pubblicata l’anno scorso da Ponte alle Grazie, emerge una grande responsabilità politica: “Perché il governo italiano non ha ancora preso provvedimenti sulle sostanze Pfas che stanno contaminando le nostre acque, soprattutto al Nord? Perché nei progetti per gli edifici pubblici e privati non si parla mai di efficienza idrica, come strumenti per il riciclo delle acque e la raccolta di quelle pluviali? Perché nelle piazze e nelle strade non ci sono fontanelle e punti di approvvigionamento? Perché stiamo lasciando che il marketing aziendale ci faccia credere che l’acqua in bottiglia sia più sana di quella pubblica o abbia proprietà specifiche per prevenire e curare malesseri e patologie?”.
Un punto, quest’ultimo, che ha un impatto decisivo sull’economia domestica: “Ci siamo convinti sempre più che l’acqua del rubinetto non è buona e non è sicura, è invece controllatissima e di ottima qualità. Oltre all’acqua in bottiglia, esiste un grande business sui depuratori domestici o pubblici”.
Un tema enorme e ricco di aspetti che troppo spesso trascuriamo. Cosa dovremmo fare, dunque, per riportare l’acqua al centro del dibattito pubblico? “Tornare a un consumo consapevole, pretendere trasparenza sul consumo di acqua utilizzata nei prodotti che acquistiamo, dagli alimenti agli abiti agli oggetti ad esempio attraverso etichette specifiche, chiedere alle nostre amministrazioni che i dati sull’acqua pubblica siano diffusi e valorizzati. Solo così l’acqua tornerà a essere un bene collettivo da tutelare e proteggere”.