Ripubblico un articolo apparso di recente nell’Almanacco Equilibri (acquistabile qui) e anche in Equilibri Magazine.
L’acqua, bene vitale e contraddizione del nostro tempo
L’acqua è ovunque e, al tempo stesso, mai stata così contesa. È l’elemento che rende possibile la vita, attraversa i nostri corpi, sostiene i paesaggi, alimenta le città. La diamo per scontata: apriamo un rubinetto e scorre, limpida, pronta a essere bevuta o usata. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una delle più grandi contraddizioni del nostro tempo: ciò che è indispensabile a tutti sta diventando un privilegio per pochi.
Negli ultimi decenni, l’acqua ha smesso di essere percepita soltanto come risorsa naturale o servizio pubblico, per assumere sempre più le caratteristiche di una merce. Si compra, si vende, si accumula, genera profitti. In alcuni Paesi è persino oggetto di speculazione finanziaria, quotata nei mercati come se fosse petrolio o grano. L’acqua imbottigliata è oggi uno dei prodotti più redditizi al mondo, mentre grandi imprese agricole e industriali consumano quantità enormi di risorse idriche, spesso sottraendole a intere comunità.
Eppure, mentre questi processi si consolidano, ai cittadini viene chiesto di “fare la loro parte”. Chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, ridurre la durata delle docce, non sprecarne, insomma, nemmeno una goccia. È un messaggio apparentemente innocuo, persino virtuoso. Ma nasconde una logica che sposta la responsabilità della crisi idrica dalle cause strutturali – politiche, economiche, climatiche – al comportamento individuale. Così, mentre i consumi industriali e agricoli rappresentano la stragrande maggioranza dell’uso di acqua dolce, il dibattito pubblico si concentra su gesti individuali da attuare a casa, senza mai mettere in discussione il potere di chi controlla realmente la risorsa.
In parallelo, il linguaggio della sostenibilità ha dato vita a una nuova forma di illusione: il greenwashing. Aziende che imbottigliano acqua pubblica e la rivendono come “pura” e “rigenerante”, campagne pubblicitarie che celebrano la «neutralità idrica» di beni di consumo, e grandi opere che promettono di “salvare” le risorse naturali ma finiscono per concentrare ulteriormente il controllo. Tutto questo crea l’immagine di una gestione virtuosa, mentre in realtà rafforza le disuguaglianze e limita l’accesso per le fasce più povere della popolazione.
Capire come siamo arrivati a questo punto significa guardare all’acqua non solo come elemento naturale, ma come specchio delle nostre scelte collettive. La storia della sua mercificazione è la storia di un mondo che ha progressivamente sostituito la logica del diritto con quella del profitto. E che oggi deve fare i conti con la propria sete.
Come l’acqua è diventata merce
Il processo che ha trasformato l’acqua in merce non è stato improvviso, né ovviamente inevitabile. È il risultato di scelte politiche ed economiche precise, maturate negli ultimi quarant’anni. A partire dagli anni Ottanta, in molti Paesi le istituzioni internazionali hanno promosso la privatizzazione dei servizi idrici, sostenendo che la gestione pubblica fosse inefficiente e incapace di attrarre investimenti. In nome della modernizzazione, intere reti idriche sono state cedute a imprese private, che hanno introdotto tariffe, contratti e logiche di profitto laddove prima prevaleva l’idea di un servizio universale. In Africa, Asia e America Latina questa trasformazione è stata spesso imposta come condizione per accedere a prestiti e fondi delle istituzioni finanziarie internazionali. Nei contesti urbani del Sud globale, l’introduzione di tariffe legate al pieno recupero dei costi ha escluso intere fasce di popolazione: fino al 60% dei residenti dei quartieri più poveri è rimasto privo di accesso diretto alla rete idrica, costretto a rivolgersi a fornitori informali o a pagare prezzi molto più alti a intermediari privati.
Parallelamente, l’acqua è entrata nei circuiti della finanza globale. Nel 2020, per la prima volta nella storia, a Wall Street sono stati lanciati i futures sull’acqua: strumenti che permettono di speculare sul prezzo futuro della risorsa, proprio come avviene per il petrolio o il grano. In modo meno visibile, fondi di investimento e multinazionali stanno acquisendo diritti di estrazione e concessioni idriche in tutto il mondo, trasformando l’accesso all’acqua in un asset strategico.
Ma la mercificazione non si limita alla finanza. È diventata parte della nostra vita quotidiana. L’acqua imbottigliata, per esempio, è un caso emblematico: un bene che dovrebbe essere accessibile a tutti, confezionato e rivenduto a un prezzo che può essere centinaia di volte superiore al costo reale. Per giustificare questo modello, le aziende costruiscono narrazioni persuasive: l’acqua “pura”, “di sorgente”, “filtrata dalla natura” diventa un prodotto identitario, una scelta di stile di vita, persino un simbolo di salute e benessere.
Anche l’agricoltura e l’industria giocano un ruolo decisivo in questa dinamica. Oggi il 70% dell’acqua dolce disponibile nel mondo è destinato all’irrigazione agricola, spesso a colture intensive che servono i mercati globali più che le comunità locali. Le industrie estrattive e manifatturiere, dalla produzione di energia alla fabbricazione di microchip e all’intelligenza artificiale, consumano quantità d’acqua immense e spesso contaminano le falde acquifere, rendendole inutilizzabili per chi vive nei territori circostanti. In molti contesti, comunità rurali e urbane si ritrovano a competere con imprese dotate di risorse economiche e legali incomparabilmente superiori.
Questa concentrazione di potere crea nuove geografie dell’accesso. Le grandi città globali, spesso considerate modelli di efficienza, nascondono enormi disuguaglianze tra i quartieri ben serviti e quelli periferici, dove l’acqua è scarsa o di bassa qualità. Nei contesti rurali del Sud del mondo, interi villaggi vedono prosciugarsi i pozzi per l’eccessiva estrazione da parte di aziende agricole o minerarie. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: l’acqua, da bene comune, diventa privilegio.
La mercificazione si fonda quindi su un duplice movimento. Da un lato, si impongono logiche di mercato nella gestione di una risorsa vitale. Dall’altro, si costruisce un immaginario che normalizza questo processo, presentandolo come inevitabile, moderno, persino desiderabile. È questo intreccio tra politica, economia e cultura che ha reso possibile la trasformazione dell’acqua in un prodotto da consumare, e non più in un diritto da garantire.
La retorica del risparmio individuale
Nel 2018, quando Città del Capo rischiava di diventare la prima metropoli al mondo a esaurire le proprie riserve idriche – il famigerato Day Zero – il governo locale lanciò una campagna martellante per convincere i cittadini a ridurre i consumi domestici. Ogni abitante poteva usare al massimo 50 litri d’acqua al giorno: abbastanza per una rapida doccia e per scaricare il gabinetto un paio di volte. Nei quartieri poveri, dove già si viveva con scarse forniture, la misura fu accolta come un ulteriore sacrificio; nelle aree benestanti, invece, molti pagarono per installare serbatoi privati, continuando a irrigare giardini e riempire piscine.
Questo esempio mostra come la retorica del risparmio individuale funzioni solo in apparenza come misura equa. Non distingue tra chi ha margini di riduzione e chi già vive al minimo, né affronta le cause profonde della crisi. Nel caso di Città del Capo, più del 60% dell’acqua era destinato all’agricoltura intensiva nelle regioni circostanti, ma il dibattito pubblico si concentrò quasi esclusivamente sulle docce e sui rubinetti dei cittadini.
Situazioni simili si ripetono in molte città del Sud globale. A Lima, in Perù, milioni di abitanti non sono collegati alla rete pubblica e comprano l’acqua da camion cisterna privati a prezzi fino a dieci volte superiori a quelli delle bollette urbane. Qui il “risparmio idrico” non è una scelta, ma una necessità imposta dalla povertà. Allo stesso tempo, i quartieri residenziali dotati di infrastrutture moderne continuano a consumare senza restrizioni.
Questa narrazione è stata usata anche in contesti più ricchi. Negli anni Duemila, in molte regioni dell’Europa meridionale colpite dalla siccità, i gestori privati hanno accompagnato l’aumento delle tariffe con campagne di sensibilizzazione che invitavano a chiudere il rubinetto e limitare i consumi domestici. Così, mentre le aziende agricole e industriali continuavano a estrarre grandi volumi di acqua, i cittadini accettavano bollette più care convinti che questo fosse l’unico modo per proteggere una risorsa scarsa.
In tutti questi casi, il risultato è lo stesso: un problema strutturale viene trasformato in questione morale, il cittadino diventa responsabile della crisi, e rimane fuori dal dibattito il potere dei grandi consumatori: agricoltura intensiva, industrie, operatori privati. .
Greenwashing e nuove disuguaglianze idriche
Se la retorica del risparmio individuale sposta la responsabilità sui cittadini, il greenwashing costruisce una facciata di sostenibilità che maschera processi di appropriazione e concentrazione del potere. Aziende che imbottigliano acqua pubblica la presentano come “rigenerante” o “a impatto zero”, mentre dietro le etichette verdi si nascondono estrazioni che prosciugano le falde acquifere e lasciano le comunità locali con risorse sempre più scarse.
Un esempio emblematico è quello di Vittel, in Francia, di proprietà di Nestlé Waters. Nell’estate del 2022, quando il nord-est della Francia era in preda a una pesante siccità, l’azienda ha continuato a pompare milioni di metri cubi d’acqua sotterranea per l’imbottigliamento. I residenti locali hanno denunciato che nonostante restrizioni d’uso imposte alla popolazione – come il divieto di irrigare giardini o lavare auto – l’azienda operava senza limiti, estraendo quotidianamente l’equivalente del consumo idrico di una città di 40 mila abitanti. Quando la carenza è diventata evidente, la soluzione proposta non è stata ridurre i prelievi industriali, ma realizzare un acquedotto di 15 chilometri per portare acqua da un’altra area ai residenti. Il progetto non è mai stato avviato, ma il solo fatto che sia stato considerato mostra chiaramente la logica alla base del sistema: preservare l’attività industriale, scaricando sulla collettività i costi di un adattamento che non intacca il profitto privato.
A Osceola Township, in Michigan, sempre Nestlé ha ottenuto concessioni per estrarre centinaia di milioni di litri all’anno pagando canoni irrisori – poche centinaia di dollari – mentre le comunità locali affrontavano razionamenti e prezzi in aumento. Anche qui, la narrazione aziendale insisteva sulla purezza del prodotto, sulla gestione responsabile, persino sul contributo alla “protezione delle risorse naturali”.
Questa dinamica non riguarda solo l’imbottigliamento. Grandi opere idriche – dighe, canali, impianti di desalinizzazione – vengono spesso presentate come soluzioni ecologiche, quando in realtà servono a garantire acqua a settori industriali e agricoli già privilegiati. A San Paolo, in Brasile, la crisi idrica del 2014 ha portato alla costruzione di nuove infrastrutture costosissime, ma le favelas hanno continuato a ricevere forniture intermittenti, mentre i distretti finanziari non hanno mai subito restrizioni.
Il greenwashing agisce così su due livelli. Sul piano simbolico, crea l’immagine di aziende e governi impegnati nella salvaguardia dell’acqua, depoliticizzando le scelte reali. Sul piano materiale, permette di giustificare prelievi e consumi che rafforzano le disuguaglianze: chi vive vicino ai siti di estrazione o in aree marginali paga il prezzo più alto, mentre il prodotto finale – acqua “sostenibile”, “filtrata dalla natura” – diventa un bene di lusso venduto nei supermercati delle metropoli.
Alla fine, l’illusione verde non risolve la crisi, ma la rende accettabile. Normalizza il paradosso per cui una risorsa che dovrebbe essere accessibile a tutti diventa un’occasione di profitto per pochi, accompagnata da una narrazione rassicurante che evita di mettere in discussione il sistema.
Ripensare l’acqua come bene comune
La crisi idrica che viviamo oggi non è semplicemente il risultato di una scarsità naturale. È il prodotto di scelte politiche, economiche e culturali che hanno trasformato l’acqua da diritto in merce, da bene condiviso in strumento di potere. Eppure, proprio perché costruita, questa crisi può essere ripensata.
In alcuni luoghi si è riusciti a invertire la rotta. A Parigi, dopo 25 anni di gestione privata da parte di Veolia e Suez, il servizio idrico è tornato pubblico nel 2010. La nuova azienda municipale, Eau de Paris, ha ridotto i costi di gestione eliminando i dividendi per gli azionisti e ha reinvestito gli utili nella manutenzione delle reti e nell’accesso gratuito all’acqua tramite più di mille fontane pubbliche. Nei primi cinque anni di gestione pubblica, le tariffe sono diminuite del 10% e i cittadini hanno avuto maggiore trasparenza sui bilanci e sulle decisioni.
In Uruguay, nel 2004, un referendum popolare ha modificato la Costituzione per dichiarare l’accesso all’acqua potabile un diritto umano fondamentale e vietare ogni forma di privatizzazione delle fonti. Da allora, l’azienda pubblica OSE gestisce l’intero servizio idrico del Paese e deve garantire per legge la fornitura prioritaria alle comunità locali rispetto a qualsiasi uso industriale o commerciale. È una scelta che non ha eliminato tutti i problemi, ma ha bloccato la mercificazione della risorsa e rafforzato il controllo democratico sulla sua gestione.
Ripensare l’acqua come bene comune significa innanzitutto riconoscere che la sua gestione non è neutrale. Ogni decisione su come prelevarla, distribuirla e proteggerla riflette rapporti di potere, disuguaglianze e priorità economiche. L’acqua obbliga a confrontarsi con le regole di un sistema che spesso tutela i profitti più di quanto tuteli la vita. Significa rifiutare l’idea che bastino piccoli gesti individuali o etichette verdi per risolvere problemi che sono politici prima che tecnici.