Riporto di seguito una mia intervista per il web magazine duegradi. L’originale è accessibile a questo link: https://www.duegradi.eu/news/clima-da-copertine-con-filippo-menga/
Sete. Incontro con Filippo Menga
Clima da copertine, quelle dei libri che ci proteggono da folate e spifferi di disinformazione sulla crisi climatica. In questa rubrica mensile incontriamo chi li scrive, per conoscere meglio perché ha deciso di farlo e come. Collezioniamo titoli e persone, narrazioni e punti di vista diversi, ma tutti con in comune la voglia di salvare il pianeta dai danni causati dagli umani, e salvare gli umani dai danni causati dalla cattiva informazione.
Illustrazione di Isabel Rasotto
Questo numero è dedicato all’acqua. Non solo alla sua scarsità, ma alle dinamiche politiche ed economiche che la governano. Non solo alla siccità, ma alle disuguaglianze che amplifica. Il saggio Sete (Ponte delle Grazie, 2024), di Filippo Menga, nasce per smontare l’idea che la crisi idrica sia solo una questione tecnica o ambientale; ci ricorda, inoltre, che l’acqua è innanzitutto un diritto e un campo di battaglia politico.
È un libro necessario, che lega la gestione delle risorse idriche alla giustizia sociale e alla transizione ecologica, senza nascondere le contraddizioni del nostro modello di sviluppo. È fatto apposta per chi vuole capire davvero cosa c’è dietro i rubinetti chiusi e le autobotti, per chi cerca alternative alla mercificazione di un bene comune. Sete è la soluzione a tutte queste crisi? No, ma aiuta a riconoscere il problema nella sua complessità e a immaginare percorsi diversi.
Filippo Menga, professore associato di Geografia all’Università di Bergamo e Visiting Research Fellow all’Università di Reading (Regno Unito), racconta come l’acqua sia diventata una delle lenti più trasparenti attraverso cui leggere le crisi interconnesse in cui viviamo. E lo fa in modo limpido e cristallino
Quali sono i fattori che stanno attualmente aggravando la crisi idrica globale, e come stanno cambiando negli ultimi anni?
Abbiamo sempre avuto problemi idrici. L’acqua non è mai stata distribuita in modo uniforme, né nel tempo né nello spazio. Tuttavia, la crisi climatica li sta aggravando: l’imprevedibilità delle precipitazioni, la frequenza crescente degli eventi estremi e l’alterazione dei cicli climatici stanno rendendo le risorse idriche più instabili e difficili da gestire. Ma il grosso della responsabilità ce l’ha un sistema economico fondato sullo sfruttamento delle risorse. Negli ultimi decenni abbiamo normalizzato un modello di sviluppo che consuma acqua a ritmi superiori della sua capacità di rigenerazione. L’agricoltura intensiva, che da sola assorbe circa il 70% dei prelievi globali, continua a dipendere da colture e pratiche che ignorano i limiti ambientali. Le città, sempre più dense e impermeabili, richiedono quantità crescenti d’acqua per uso domestico e industriale, mentre reti vecchie e mal gestite disperdono una parte significativa delle risorse. A tutto questo si aggiunge una gestione politica inadeguata, spesso subordinata agli interessi economici. La progressiva privatizzazione dei servizi idrici e la mercificazione dell’acqua hanno spostato il baricentro dalla garanzia di un diritto alla massimizzazione del profitto.
Quali disuguaglianze sociali ne derivano?
Le disuguaglianze idriche riflettono e amplificano quelle economiche e sociali. L’accesso all’acqua dipende dal reddito, dal luogo in cui si vive e dalla capacità delle istituzioni di garantire servizi pubblici affidabili. Dove le infrastrutture sono deboli o la gestione è frammentata, la scarsità colpisce per prime le comunità più vulnerabili, le quali spesso pagano di più per un’acqua di qualità inferiore. In molte città, i quartieri più poveri subiscono interruzioni o razionamenti, mentre le zone benestanti mantengono forniture regolari grazie a pozzi privati o sistemi di stoccaggio. A livello globale, i Paesi con meno risorse economiche sono anche quelli più esposti agli impatti del cambiamento climatico e alla dipendenza da infrastrutture obsolete. A livello pratico, pensiamo alla Sicilia, afflitta da una crisi idrica strutturale che va avanti da anni. In diverse zone dell’isola molte comunità sono costrette ad acquistare acqua da autobotti private a costi che possono superare di dieci volte la tariffa di rete. L’accesso a un bene essenziale dipende così dalla disponibilità economica, con famiglie che pagano cifre sproporzionate per un servizio di base. Oppure pensiamo a Città del Capo, in Messico, dove durante la crisi del 2018 la scarsità d’acqua divenne un problema politico solo quando toccò la classe media. Chi viveva nelle baraccopoli non aveva mai avuto un servizio regolare, ma solo la prospettiva del “Day Zero”, ovvero quando i rubinetti avrebbero potuto restare a secco anche nei quartieri più benestanti, rese visibile un problema che esisteva da sempre – lo stesso che, su scala globale, riguarda oggi oltre due miliardi di persone.
Quali alternative economiche proponi per una gestione sostenibile delle risorse idriche?
La gestione dell’acqua deve restare pubblica. L’esperienza di questi anni mostra che affidarla al mercato non ne migliora la sostenibilità, perché l’obiettivo diventa produrre profitto e non garantire un diritto. L’acqua non è un servizio come gli altri, e per questo deve essere sottratta alle dinamiche concorrenziali. Una gestione pubblica, trasparente e partecipata può assicurare investimenti costanti, tariffe eque e una pianificazione basata sull’interesse collettivo. Il settore agricolo è il principale punto critico. Gran parte dell’acqua dolce disponibile viene impiegata per irrigare colture che spesso non rispettano i limiti ambientali del territorio. Ridurre gli sprechi, migliorare l’efficienza e promuovere pratiche agricole più adatte ai contesti locali è fondamentale. Questo richiede politiche pubbliche coerenti, che leghino i sussidi e gli incentivi alla riduzione dei consumi idrici e alla tutela delle falde. Ma serve anche un cambiamento culturale. Così come abbiamo imparato a riconoscere il consumo energetico attraverso le etichette sui prodotti, dovremmo fare lo stesso con l’acqua. Un sistema di etichettatura che indichi il consumo idrico dei beni alimentari e di largo consumo renderebbe più visibili i costi nascosti delle nostre scelte quotidiane. Sapere quanta acqua serve per produrre una bottiglia di vino, un chilo di carne o un paio di jeans permetterebbe ai consumatori di orientarsi e ai produttori di migliorare le proprie pratiche.
Secondo la tua analisi, come possono le tecnologie verdi, come ad esempio i sistemi di desalinizzazione o il riutilizzo dell’acqua, contribuire a mitigare gli effetti della crisi climatica sulla disponibilità idrica?
Le tecnologie possono aiutare, ma da sole non bastano. Sistemi di desalinizzazione, riuso delle acque reflue, irrigazione a goccia o reti intelligenti di distribuzione possono rendere la gestione più efficiente, ma nessuna tecnologia può sostituire una politica dell’acqua fondata su equità e responsabilità collettiva. La desalinizzazione, ad esempio, è una soluzione utile in contesti aridi, ma comporta costi energetici elevati e produce salamoie difficili da smaltire. Se non regolata, rischia di accentuare la dipendenza da fonti fossili – molte centrali vanno a carbone – e di creare nuove disuguaglianze tra chi può permettersela e chi no. Il riuso dell’acqua, invece, rappresenta un’opportunità concreta e sostenibile, ma richiede investimenti nelle infrastrutture e fiducia pubblica nella sicurezza dei sistemi. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene integrata. L’obiettivo dovrebbe essere quello di usare la tecnologia per accompagnare una trasformazione culturale: imparare a considerare l’acqua come un bene finito, e non come una risorsa da rendere artificialmente abbondante.
Quali politiche internazionali ritieni essenziali per integrare la gestione dell’acqua nella transizione green, evitando che diventi un ulteriore strumento di disuguaglianza globale? E, in questo contesto, che ruolo sta giocando l’Europa, e quale dovrebbe, a tuo avviso, giocare?
Non esiste oggi una governance globale dell’acqua all’altezza della crisi che stiamo affrontando. Gli accordi internazionali sono frammentati e deboli, mentre la gestione resta in gran parte nazionale o locale, spesso subordinata a interessi economici. Per integrare l’acqua nella transizione ecologica serve un cambio di prospettiva: riconoscerla come diritto umano universale, ma anche come infrastruttura ecologica essenziale per la vita e per la giustizia climatica. Le politiche internazionali dovrebbero puntare a rafforzare la cooperazione sui bacini transfrontalieri, promuovere investimenti in infrastrutture sostenibili nei Paesi più vulnerabili e ridurre la dipendenza da modelli agricoli ed energetici idrovori. È necessario anche rivedere le regole del commercio globale: molti Paesi esportano enormi quantità di “acqua virtuale” attraverso i prodotti agricoli, impoverendo i propri territori per soddisfare la domanda esterna. L’Europa ha le competenze per giocare un ruolo guida, e il suo contributo più importante potrebbe consistere nel dare coerenza alle proprie politiche: legare gli accordi commerciali, agricoli ed energetici a criteri reali di sostenibilità idrica, e sostenere forme di cooperazione che riducano le disuguaglianze invece di riprodurle.
Che ruolo può avere la società civile e i movimenti ambientalisti nel spingere per una transizione green che tenga conto seriamente della crisi idrica?
La società civile è essenziale per mantenere la questione idrica all’interno dello spazio pubblico, e non in quello privato. In molti Paesi, i movimenti ambientalisti sono stati i primi a denunciare la privatizzazione dell’acqua, la gestione inefficiente delle reti o l’impatto dei grandi progetti infrastrutturali. Hanno reso visibile ciò che spesso viene trattato come un problema tecnico o amministrativo, restituendo all’acqua una dimensione politica e collettiva. Negli ultimi anni queste mobilitazioni hanno mostrato che la crisi idrica riguarda i diritti, le disuguaglianze e la democrazia. Dalle battaglie contro la privatizzazione in Italia e in America Latina, fino ai movimenti per la giustizia climatica nei Paesi più vulnerabili, la società civile ha contribuito a ridefinire l’acqua come bene comune, opponendosi alla sua mercificazione. Il suo ruolo oggi è duplice: da un lato continuare a esercitare pressione sulle istituzioni, perché la transizione ecologica non si riduca a un insieme di strategie tecnologiche o di mercato; dall’altro costruire un discorso culturale che riporti l’acqua al centro dell’immaginario collettivo, come elemento essenziale della vita comune e non come risorsa da gestire.